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Luciano Deriu 27 agosto 2016
L'opinione di Luciano Deriu
Terremoto, dopo il dolore, la ricostruzione


Il terremoto dell'Appennino è ancora nel nostro cuore. Le responsabilità, almeno quelle generali sono note. La Natura, che noi amiamo, è, alle volte, leopardianamente matrigna. L'uomo ci ha messo molto del suo, costruendo con furbizia e incoscienza. La macchina della solidarietà è partita. Tanti volontari, compresi i nostri amici di Legambiente, sono già al lavoro nei paesi colpiti. Ma dopo il dolore e il silenzio, forse è bene mettere in circolo qualche idea, prima che prevalgano le scelte nefaste che abbiamo conosciuto. Non occorrono nuove città. Rimandano sine die la ricostruzione e, quando infine questa sarà fatta, queste New Town, abbandonate, cadranno a pezzi irrecuperabili.

Inizia ora finalmente la ricostruzione de L'Aquila. Le Nuove Città già perdono pezzi. Occorre invece che la ricostruzione parta subito. La tecnologia per recuperare e mettere in sicurezza anche i campanili del Quattrocento esiste già. Se c'è la volontà politica e, si spera per una volta, unitaria e non litigiosa, verifiche e progettualità, con regia nazionale, possono tecnicamente partire già dal prossimo mese. Esiste il problema dove alloggiare i senza tetto nei tempi della ricostruzione. Niente New Town, ma anche niente alberghi. Disperdono le famiglie a chilometri di distanza. Si può invece adottare il modello Map, Moduli Abitativi Provvisori. Si tratta di case in legno, con caratteristiche di rapida realizzazione, di ottimo confort, coibentazione e sicurezza antisismica.

Sono smontabili e riutilizzabili in altre occasioni, perché il legno sottoposto a moderni trattamenti è più duraturo del cemento. Basta guardare le belle case vittoriane di San Francisco. Sono confortevoli e in caso di sisma ballano come navi senza scomporsi. Ma, dopo questo disastro non è più rinviabile un Piano Nazionale di verifica e di messa in sicurezza di tutto il territorio nazionale, a iniziare dagli edifici pubblici delle zone ad alto rischio sismico. Non occorrono anni di studi. Basta leggere la storia dei sisma e progettare la più grande e la più utile opera che serve all'Italia. Questa sì, potrebbe chiamarsi “Salva Italia”. E, volendo, anche “Salva lavoro”.

* per la Direzione Legambiente Sardegna
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