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S.A. 13:05
Pasquale Chessa introduce il colloquio tra Bobbio e De Felice
Giovedì a Putifigari Pasquale Chessa a colloquio con Elias Vacca presenta la pubblicazione (per la collana della Garzanti «piccoli grandi libri») del colloquio fra Norberto Bobbio e Renzo De Felice, il filosofo della politica e lo storico del fascismo, intitolato «Italiani amici nemici»


ALGHERO - Giovedì 9 alle ore 21 sulla piazza di Putifigari Pasquale Chessa a colloquio con Elias Vacca presenta la pubblicazione (per la collana della Garzanti «piccoli grandi libri») del colloquio fra Norberto Bobbio e Renzo De Felice, il filosofo della politica e lo storico del fascismo, intitolato «Italiani amici nemici» (curato insieme a Giancarlo Bosetti) pubblicato sono ormai trent’anni per il Cinquantenario del 25 aprile. Intanto la Mondadori ha ripubblicato, 18 anni dalla prima edizione, la biografia fotografica di Mussolini intitolata Dux di Pasquale Chessa. Qui di seguito anticipiamo il testo integrale della nuova introduzione a Bobbio-De Felice, Italiani, amici nemici.

«In un lungo pomeriggio della primavera del 1995, nell’imminenza del cinquantesimo Anniversario della Liberazione, Norberto Bobbio e Renzo De Felice si incontrarono per iniziativa della rivista mensile «Re¬set», che era nata un anno e mezzo prima, nel dicem¬bre del ’93, con lo stesso Bobbio, con Vittorio Foa ed altri intellettuali di impronta liberalsocialista e, certo, decisamente antifascisti. Si preannunciava un 25 aprile carico di polemiche, il secondo da quando Silvio Berlusconi era entrato in politica portando con sé nella vittoriosa (nel ’94) alleanza di governo Al¬leanza nazionale, il partito nato dalle ceneri del Msi, erede della Fiamma e della Repubblica di Salò. L’ar¬rivo della destra postfascista sul proscenio aveva riacceso le divisioni sul tema e il «Giornale» berlu¬sconiano titolava in prima pagina Una giornata come le altre, non c’è niente da festeggiare. «C’erano molte valide ragioni perché chi vi scrive qui, e cioè il direttore di «Reset» insieme a chi aveva pubblicato con De Felice il pamphlet Rosso e nero, chiedesse a Bobbio di ospitare a Torino, a casa sua, un dialogo con lo storico, noto per la sua monumentale biografia di Mussolini. «Non c’erano dubbi sul tema da trattare: la Resistenza e il suo significato nella nascita della Repub¬blica, una memoria da rischiarare tra fascismo e anti¬fascismo, nel tentativo di capire, interpretare, forse un giorno superare le divisioni, le ferite rimaste così vive nel presente. Uniti dal rispetto per i valori democratici e liberali, divisi nella valutazione del movi¬mento resistenziale e degli avvenimenti del biennio ’43-45, i due studiosi si confrontarono da posizioni che rimanevano diverse e con alcuni tratti polemici. Ma certo prevalse sempre un forte selfrestraint anche quando si toccavano i temi più divisivi: il valore morale della Resistenza per Bobbio, mentre De Felice teneva a ribadire il primato della storia rispetto a ogni considerazione etica, la critica del secondo al monopolio e all’egemonia degli azionisti e del Pci e del primo all’uso diffuso del concetto di vulgata. Di¬visi anche sul significato dei concetti di consenso e partecipazione sotto il fascismo di Salò e nelle democrazie e soprattutto su due date simboliche a rappre¬sentare il cuore della tragedia storica del fascismo e del paese, da collocarsi per De Felice all’8 settembre del ’43 (l’annuncio dell’armistizio con gli Alleati) e invece per Bobbio al 10 giugno del ’40 (l’entrata in guerra al fianco di Hitler). L’attrito era ben percepibile, anche quando poi mitigato dal riconoscimento di De Felice che «l’unica cultura di rilievo che l’anti¬fascismo ha prodotto dopo la fine della guerra è stata quella degli azionisti». «La temperanza prevalse non solo per il dovere del¬la buona educazione del padrone di casa e dell’ospite illustre, ma perché in entrambi era sincero il deside¬rio di guardare a una prospettiva in cui si potesse uscire dalla dannazione di una scena politica italiana segnata da forze che portavano in sé ingombranti eredità del passato e dalla difficoltà impossibilità di formulare una versione comune, e completa (preci-sava lo storico), della memoria. Nel gioco delle do¬mande e delle risposte sono molti i punti di convergenza. Se De Felice fin dalle prime battute si dichiara d’accordo con Bobbio «sul valore storico della Resi¬stenza», da parte sua il filosofo concorda con De Fe¬lice nello stigmatizzarne «l’apologia acritica». Preme a entrambi, sia allo storico che il fascismo lo ha stu¬diato come al filosofo che l’ha vissuto e combattuto, sottrarre il giudizio storico alle superficiali polemiche politiche. «La convergenza Bobbio e De Felice non la potevano trovare nel passato, ma nello sguardo al futuro, nell’idea di "paese normale" che di lì a poco sarebbe diventata fortunato slogan politico, e che i due studiosi immaginavano soprattutto a partire da una constatazione: fascismo e comunismo non potevano ambire in Italia ad alcuna attualità, che nel loro sguardo era quella di fine millennio. Nel nostro sguardo, trent’anni dopo, in realtà la discussione sul¬la memoria non è ancora affatto consegnata agli archivi. Le pagine che seguono cominciano con il rico¬noscimento che era un errore l’aver pensato che il fa¬scismo fosse scomparso o più ancora che la conqui¬stata democrazia del dopoguerra fosse al sicuro. Guardando oggi all’Italia e al mondo possiamo solo immaginare lo stupore che i nostri due vecchi qui in dialogo proverebbero di fronte a molte angoscianti notizie come quella che il primo partito per consensi oggi in Germania si ispira al nazismo. Quanto a noi italiani, se trent’anni fa gli eredi della Fiamma andavano al governo con Berlusconi, oggi Fratelli d’Italia (evoluzione di Alleanza nazionale) è il primo partito nel paese e guida il governo da quattro anni con Giorgia Meloni. È storia ancora in corso, ai posteri la sentenza ancora da scrivere. «Nel nostro incontro di trent’anni fa è prevalsa una serenità d’approccio che ha reso possibile che dialo¬gassero e discutessero appassionatamente il maggior biografo di Mussolini, che parlava dell’8 settembre come del «giorno in cui morì l’idea di patria», e il filosofo azionista, che a cinquant’anni di distanza ri¬cordava il 25 aprile 1945 come «una data fondamentale non solo per l’Italia ma per l’umanità intera».

Giancarlo Bosetti
Pasquale Chessa
Milano, febbraio 2026
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