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Red 16 novembre 2009
Simone Campus: Pd, o si cambia o si muore
«In un grande partito si deve far pulizia quando si può: ora è il momento giusto. Aspettare potrebbe essere fatale. Il risultato raccolto da Ignazio Marino dimostra che c’è voglia di cambiare»


ALGHERO - In occasione dell'assemblea regionale del Partito democratico, Simone Campus - delegato nazionale mozione Marino, invia una lettera aperta al partito sardo. Di seguito il testo integrale.

In un grande partito si deve far pulizia quando si può: ora è il momento giusto. Aspettare potrebbe essere fatale. Il risultato raccolto da Ignazio Marino dimostra che c’è voglia di cambiare. La sua candidatura alla segreteria del PD è stato l’unico tentativo di smuovere le acque di un partito altrimenti condannato all’immobilismo politico, costringendo i due principali “contendenti” a confrontarsi sulle questioni. La seconda notizia delle primarie è proprio questa: Marino è l’unico dei tre candidati che abbia migliorato la propria performance rispetto al voto dei soli iscritti. La prima è certamente la partecipazione: 2,5 milioni di persone hanno scelto di venire a votare, lanciando un messaggio che suona più o meno così: “siamo ancora qui… nonostante tutto”. La terza notizia è che, tra questi, i giovani erano davvero pochini. C'è molto di politico nell’assenza dei giovani alle primarie, non si può generalizzare e dire che i giovani sono quelli del Grande Fratello e di “Uomini e donne”. È vero, c’è un cambiamento sociale in atto, ma il punto è che la maggior parte di loro non si riconosce nell’attuale sistema. Sono stanchi, spesso disillusi, svalutano le speranze che sono proprie della loro età, non si rispecchiano più in questa politica. È stata tolta loro la fiducia nel futuro. Come fare per riavvicinarli? Bisogna primariamente snidare i gruppi di potere autoreferenziali che non sentono mai l’esigenza di fare un passo in dietro. Sarà questo il primo vero compito di Pierluigi Bersani e Silvio Lai in Sardegna. Perché la questione morale non è un esercizio retorico di cui si riempie la bocca chi oggi è escluso dalla gestione del partito. In questi mesi non ci siamo proprio fatti mancare niente ed è venuto finalmente il momento di rimettere ordine un po’ di cose. Di spiegare, con garbo e decisione, che viviamo tempi di crisi e che non servono più mezze soluzioni dettate dagli opportunismi del momento. Non basta aprire le finestre e cambiare l’aria per attirare persone nuove, troppo semplice. È necessario che si creino le condizioni perché esse possano sentirsi a casa propria e sviluppare i propri talenti, le proprie energie, le proprie idee. Non è più tempo dell’esperienza politica, ma delle esperienze in politica. È importante che la Sinistra si riappropri del valore del merito che in questa campagna congressuale troppe poche volte è stato evocato e quasi sempre dal solo Ignazio Marino. Un “merito” dal suono anglosassone, che premi chi è bravo, valorizzandolo a partire da scuola e università, accompagnandolo nel mondo del lavoro e delle professioni. Un sistema meritocratico che abbatta le resistenze sociali, sradichi le posizioni di rendita e offra pari opportunità a tutti. Su questo la mozione Marino, che più delle altre sembrava nella condizione di dire qualcosa, ha pagato qualche errore di inesperienza. Il sistema dei media non ha certamente aiutato, trasformando la nostra proposta politica nella "mozione del testamento biologico". Avremmo dovuto dare maggiore rilievo alla pluralità di argomenti che erano contenuti nella nostra mozione, mentre ne è passata la versione caricaturale. Certamente i mezzi e le forze erano quelle che erano, ma avremmo potuto mobilitare di più il partito intorno ad alcune questioni - ambiente, lavoro, diritti civili, società multietnica - che sono state trattate troppo poco in questo dibattito congressuale monopolizzato dai personalismi e dai manifesti 6X3. Avremmo inoltre voluto distinguerci maggiormente per dare messaggi più chiari in campo economico e rendere il nostro messaggio più popolare, specialmente riguardo ai temi del lavoro. Penso alla proposta del contratto unico che è figlia di Pietro Ichino, investendo più tempo nello spiegarla, in particolare ai giovani. Con queste primarie abbiamo perso l’occasione di cambiare veramente. Di rinnovare. Di mandare a casa un pezzo di quella classe dirigente che ha la responsabilità delle ultime sconfitte elettorali e che arrogantemente ha deciso di non fare un solo minuto di autocritica, riproponendosi tale e quale al passato. Nel PD ha prevalso la linea tradizionale con un candidato autorevole. Si è parlato di un partito e di un mondo conosciuti, facendo capire che si ricostruiva la Sinistra e che poi qualcuno andasse pure al centro, che con le alleanze, si sa, si risolve tutto. Uno schema classico, quello della “bocciofila”, della “piattaforma”, che guarda con sospetto a “internet” e “all'ambaradàn”. I giovani? «già sperimentati» (e tutti sappiamo che cosa significhi), espressione che il nuovo segretario trova molto intelligente, tanto da ripeterla ogni volta che può. Mi auguro che Bersani, da segretario, sappia essere autonomo e libero. Gli elettori, nella stragrande maggioranza maturi (per non dire anziani), tutti novecenteschi (come è ovvio che sia) hanno seguito questa strada e hanno fatto bene. Cosa ci consola? Se inizialmente siamo stati considerati “un aumento di capitale”, oggi con le nostre proposte ci consideriamo l’unico investimento certo per il futuro prossimo del Partito Democratico.
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